"E quando vede cadere le foglie pensa semplicemente che sta per giungere l'inverno."
Si arriva ad un punto in cui il passato prende la rincorsa e ti salta sulle spalle. A volte pesa troppo, con tutte quelle immagini, tutte quelle proiezioni sbiadite. Si arriva ad un punto in cui il passato prende la rincorsa e ti salta sulle spalle. Allora cadi con le ginocchia a terra e non hai difese, perchè adesso sei di nuovo a casa, perchè il cielo è sempre quello e le strade sanno di marcio con quei ciottoli che ancora ti fanno inciampare. Cadi con i gomiti a terra perchè non puoi farci proprio niente, contro le decisioni della vita.
Prima di cambiare blog ho riletto tutto ciò che avevo scritto da un pò di mesi a questa parte. Mi sono ritrovata, mi sono ricordata, mi sono riconosciuta ma a volte mi sono chiesta di quale persona stessi parlando. Mi sono resa conto che certi aspetti del mio passato mi mancano in una maniera straziante ed altri vorrei che si potessero cancellare dal tempo stesso. Io tutto questo non posso farlo.
Cambiare blog, questo posso farlo, però.
"Qui, se chiudo gli occhi, qui nella mia fronte, dove si concentra la potenza visiva, qui sono i suoi occhi neri. Qui! Chiudo gli occhi ed eccoli di nuovo; mi stanno davanti come un mare, come un abisso, sono dentro di me, colmano i miei sensi."
We are all visitors to this time, this place. We are all just passing through.
Our purpose here is to observe, to learn, to grow, to love..
And then we return home.

Ho pensato e ripensato centinaia di volte a questo. È una domanda di una lunghezza interminabile, cristo. In quale modo potrei mai parlare di quello che ho vissuto? Non trovate che sia una domanda infinita? Boh, a me sembra che continui anche quando finisce. Non so, ma mi sembrava che per delineare quei posti, per dare forma alle sensazioni provate, per circoscrivere la mia Scozia dentro qualcosa di almeno apparentemente concepibile, ecco, mi sembrava che per fare tutto questo nemmeno le parole potessero più adempire al loro nobile compito. Occorreva trovare un punto di partenza, forse. Ma qual è il punto di partenza, per parlare di un luogo la cui maestosità è racchiusa in un silenzio che è poesia, in un silenzio che è il più eterno dei frastuoni? Qual è il punto di partenza per parlare di un posto in cui la vita sembra esistere e basta, libera ed indipendente da ogni cosa, un luogo che non conosce rumore eccetto quello, denso e struggente, del vento? Il sussurro del vento accostato all’orecchio, la sferzata gelida sul viso eppure il sentirsi costantemente accompagnati da quell’unica, grandiosa, presenza. Come potrò mai dimenticare questo?
Forse il punto di partenza sono stata io. Forse dovrei circoscrivere anche me stessa, ma è una delle tante battaglie perse in partenza. Sì, sono una gran vigliacca. Comunque. Prendere una penna in mano a volte può essere spaventoso. Una parola fuori posto sarebbe come una macchia nera su una tela bianca. Paragone scontato, lo so. Ma non ci sarebbero dovute essere macchie, sulla mia Scozia. La macchia è il mio mondo, questo posto, la macchia è una rappresentazione dell’orribile persona che sono capace di essere in questo posto. Ed io non volevo macchie a coprire la mia Scozia.
Tornare da un viaggio e scrivere dell’esperienza vissuta è sempre un po’ una sfida. Tornare da un viaggio in Scozia e pensare di scrivere dell’esperienza è un po’ come strapparsi il cuore e fermarsi a guardare le gocce di sangue cadere ritmicamente al suolo. Non è una sfida, è un’agonia. Bisognerebbe partire dal presupposto che nessun discorso sarebbe mai in grado di render giustizia alla bellezza incontaminata di quelle terre, ma chi mai si arrenderebbe a questo? Perché giuro che mi complimenterei con lui.
di nuovo la fine del mondo cullato dal canto del mare

E’ un’angoscia che irrompe violenta in ogni parte del mio corpo ogni volta qualcuno mi domanda “Ma allora, com’è stato?” ed io penso sempre di dirgli “ma cristo! In quale sacrosanto universo potrebbero mai esistere le parole adatte a dirti com’è stato? È stata la vita più intensa che mi sia mai stata concesso di vivere, è stata la vita della Scozia, che qualunque persona voglia capire in cosa consista davvero la vita, dovrebbe passare del tempo camminando lungo quelle strade, bagnato da quella pioggia, illuminato da quel sole. Ma cristo! Cerca di capire, vorrei morire di nostalgia, come credi che possa esser stato?” questo vorrei dire, che non ho la presunzione di essere brava, e nemmeno di cavarmela, ho solo la presunzione di saper sentire.
Non ho ancora trovato il modo per parlare della mia Scozia, ma la sua stessa essenza mi scorre dentro adesso e non ascoltare la sua voce sarebbe fare un torto al versante che è stato il più liberatorio ed esuberante di tutta la mia vita. Perciò ne parlerò, eccome se ne parlerò. Non so ancora in che modo, ma qualcosa dirò, in qualche modo quel posto meraviglioso uscirà fuori dalle mie parole.
e il vento dell’Ovest rideva gentile
In un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via
Sono stata in Scozia ed ho vissuto ad Edimburgo per due settimane. Dei tanti aspetti della mia vita, quello selvaggio, libero ed incontaminato, appartengono senza dubbio a questo periodo. Sono stata in Scozia ed ho vissuto ad Edimburgo per due settimane.
Pausa.
Ecco, era ovvio. Pensavo di scrivere “ho fatto..”, ma è bastato pensarle, queste due parole, ed ho sentito il cuore serrarsi per qualche istante in una morsa soffocante. È così triste, per dio. Non posso farlo, non posso, non posso parlare di cosa ho amato della Scozia perché anche uscire di casa correndo con la paura di perdere un autobus per il quale non sei in ritardo e poi aspettare dieci minuti alla fermata, anche questo era diventato parte integrante della mia spensieratezza. Ho amato persino le fermate degli autobus, quei ridicoli autobus a due piani che quando vai in alto e passi di fianco agli alberi entrano le foglie dal finestrino.
Sono stata in Scozia ed ho vissuto due settimane ad Edimburgo, dove le persone non hanno mai fretta, dove le donne la mattina indossano le scarpe da ginnastica e tengono i tacchi nella borsa mentre con un caffè Starbucks si dirigono a lavoro. Ad Edimburgo dove nessuno sa chi sei e per fortuna per qualche ora riesci a dimenticarlo anche tu. Ad Edimburgo dove ogni giorno esci di casa con una maglietta, una sciarpa, ed il giubbino nello zaino perché non si capisce mai se sia inverno o estate e cammini con un po’ di entrambe tutte le mattine, con un po’ tutte le stagioni accartocciate in una tasca e più precisamente sotto la pelle. Edimburgo è una città di persone che vivono, e lo percepisci dalle strade immense e dal fatto che ti passano accanto ma non ti sfiorano e nessuno si accorge di te ma tu ti accorgi di tutti, che potresti disegnarli uno per uno, adesso, se solo ne fossi capace. È una città di persone vive, che glielo leggi in faccia mentre camminano per la strada. Anche perché si sa, che io sono maleducata e guardo le persone in faccia in un modo, lo capisco, un po’ irritante e sfrontato. Non è che voglia farmi i cazzi della gente, e non è nemmeno che lo faccio per giudicarli. Mi piace guardare cosa hanno da dire, tutto qui. Non ti senti mai sola, quando osservi qualcuno che non conosci. Puoi dipingerle come vuoi, le persone che non conosci. Quelle che ti passano di fianco, che si fermano davanti ad una vetrina, che bevono un caffè, che aspettano impazienti ad un semaforo, che guardano l’orologio, che camminano sorridendo, che guardano a terra, che tengono per mano un bambino, che trascinano stanchi una valigia, che sognano qualcosa o no ma non importa perché ad ogni modo non li conosci quindi tanto vale immaginarseli tutti immensi. Edimburgo è la città di tutte queste persone, ed io gli scivolavo intorno, prestando attenzione a tutti, ruotavo attorno ai loro mondi e li affiancavo un po’ nel loro cammino, e poi me ne tornavo al mio, di cammino, senza fare nemmeno troppo caso alla strada davanti a me. Mi mancherà Edimburgo. Mi mancheranno queste strade immense ed il continuo viaggiare. Mi mancherà la fatica di alzarsi la mattina, mi mancherà guardare le strade scorrere fuori dal finestrino dell’autobus linea 7, dirette verso la città. Mi mancherà scendere ancora assonnate e percorrere quasi per intero l’interminabile Princes Street e poi arrivare a scuola, e mi mancheranno i tuoi occhi tutte le mattine. E i pomeriggi. E le sere.
Mi sono innamorata di Edimburgo e mi sono innamorata ad Edimburgo, di un amore proibito ed immorale che custodisco gelosamente dentro al mio cuore corroso. Dannate me. Me e i miei amori grandi, più grandi del necessario, più grandi del tempo. Me e i miei amori più grandi di me, i miei amori complessi e affaticati, me e i miei amori grandi più grandi dei nostri sguardi e delle nostre importanti parole. Ma la colpa è stata tua. Dovresti sentirti responsabile dei miei amori grandi. È colpa di tutte le distanze che riesci a coprire quando mi parli, quando mi guardi, quando mi respiri. E forse poi la mia Scozia non sarebbe stata così dolorosamente intensa se non fosse stato per la tua presenza.

La mia Scozia che è una continua ad inconsapevole interazione tra le persone più improbabili, la mia Scozia che non sarebbe stata la stessa senza la compagnia confortante, come una calda carezza ad accompagnarmi in ogni sconforto, di quelle poche persone che hanno saputo, a modo loro, trovare il modo di convivere con me. Forse, mia cara Giulia, non troverò mai un modo altrettanto spontaneo per ringraziarti nel modo in cui mi hai ringraziato tu. Sarà perché io non ce l’ho, quella spontaneità, sarà perché ho le parole che mi esplodono dentro e a volte sono terrorizzata dall’idea che possano esplodere fuori. Ma non hai mai forzato i miei discorsi e ascoltavi le mie parole che erano più lamenti sconnessi, quando sentivo che proprio sarebbe stato impossibile lasciarli dentro. E poi, come dici tu, come posso dimenticare le quattordici notti in cui abbiamo rischiato di perdere l’autobus, sbagliato fermata per tornare a casa, quelle quattordici notti in cui abbiamo cercato in tutti i modi di chiudere la porta di casa senza chiedere l’aiuto di Christopher e dei poveri signori addormentati, le notti in cui siamo entrate vittoriose e di soppiatto sperando si non svegliare i cani, in cui abbiamo accompagnato le nostre ultime confessioni e stanchezze e speranze con quei favolosi biscotti al cioccolato rubati dalla cucina, come potrò mai dimenticare anche solo l’uscire di casa alle otto, con uno strano sole che, miracolosamente, si mostrava per qualche ora, e quel cielo che d’improvviso e di nuovo, esplodeva, ed essere lì, liberi per le strade di Edimburgo assistendo alla sera che arriva e nulla al mondo potrà mai spiegare come fossi felice di appoggiare i miei piedi su quelle strade, con quelle persone. Quelle quattordici notti e il bar, la prima notte con i fuochi d’artificio e ho ancora quei momenti che scorrono fluidi nella mia mente, ancora quelle persone, tutte quante, e la strada immensa avvolta da questa coperta di corpi che vivevano, tutti insieme, nello stesso istante, rivolti verso lo stesso cielo, la prima notte ed il suo sorriso spiazzante ed il suo sguardo infinito, la prima notte e la sottile ironia che ci legava, la prima notte ed i miei applausi, la prima notte e la luce di Princes Street ai miei occhi increduli. Quelle quattordici notti, le notti perfette e le notti nelle quali uno dei tanti fili che tengono legata la mia stabilità e razionalità si rompeva e allora pioveva di una pioggia che non faceva alcun rumore ma la vedevi in controluce se guardavi i lampioni e la sentivi sui capelli in un modo strano perché sei in Scozia e anche la pioggia, lì, è diversa. Quelle rare ma interminabili notti in cui quel filo spezzato sembrava una voragine o una frana o tutto insieme e avrei soltanto voluto urlare a quel vento la mia impronunciabile e segreta sofferenza, sperando che se la portasse via, in qualche posto lontano da me. Quelle notti in cui sentivo che un minuto ancora e non ce l’avrei fatta ma poi c’era comunque, dentro, in fondo, quella Scozia che mi sorreggeva e rendeva tutto indimenticabile anche nel dolore. Mi mancherà Edimburgo. Mi mancherà l'aria, mi mancherà la vita, mi mancherà perchè questo posto sembra un mondo che funziona da solo, da sempre, che non ha bisogno di nessuno mentre tutti hanno bisogno di lui senza sosta.
Sono stata in Scozia ed ho vissuto due settimane ad Edimburgo.

Sono stata in Scozia e ho trascorso tre giorni alle Highlands, ed ho visto con i miei occhi la natura più incontaminata, quella che si assorbe soltanto attraverso il corpo, quella dove la mente è solo un vago ricordo, quella natura dove ti sembra di essere realmente ai confini del mondo e conti i secondi che passano prima di esplodere di gioia perchè ti sembra impossibile restare vivi in posti del genere.
Viaggiavamo e poi ci fermavamo per "goderci il paesaggio", così ci dicevano. Ed io scendevo assonnata da quell'autobus e affondavo nella mia grande felpa nera sperando che tutta quella bellezza non mi frantumasse in quel preciso istante, e avrei solo voluto sentirmi così minuscola per il resto della mia vita, con le gambe paralizzate e le mani fredde, e le lacrime agli occhi che poi dai sempre la colpa al vento.


Ci siamo fermati ad un castello circondato dal mare, e dalle colline, e dalle montagne, e da tutto il resto, ed io ho sentito chiaramente che quello era il più bel posto che io avessi mai visto in tutta la mia vita e non so in quale modo mi sia trattenuta dal gridare con tutta la gioia che avevo in petto. Ho guardato dalla finestra dentro al castello il sole tiepido che scaldava il nostro giorno e il mare del Nord che luccicava spensierato e sempre un pò misterioso sotto di noi, costeggiato da insormontabili distese di verde. Mi sono appoggiata coi gomiti al balcone e guardavo i raggi del sole, perchè giuro che si potevano vedere, e poi il nero dell'acqua e poi tutti quei colori e la purezza del mondo che si stendeva perfetta intorno a noi. Mentre il vento giocava coi miei capelli ed io affondavo ancora di più nella mia felpa calda e nella mia sciarpa a quadri, le persone erano tutte concentrate nel camminare, muoversi e scattarsi fotografie e nell'istante in cui mi chiedevo perchè non si fermassero un secondo unicamente a guardare sono stata chiamata "meditabonda creatura" e il cuore mi ha fatto decisamente male e avrei voluto scoppiare a piangere e dirgli di smetterla di dire sempre la cosa perfetta al momento perfetto.


Abbiamo fermato di nuovo l'autobus e siamo corsi in salita sporchi di fango per raggiungere la fonte di un ruscello. Lassù ho aperto le braccia e col vento che fischiava nelle orecchie nulla mi è più sembrato grave od importante e ho capito che in certi momenti della vita puoi sentirti davvero padrona del tuo mondo e ti sembra quasi che niente sarà più in grado di scalfirti, che ogni volta ricorderai quel momento, con l'acqua che ti scorre di fianco, il fango sotto ai piedi, in cima a qualcosa di grandioso e davanti a te tutto ciò che prima ti sovrastava, e non sentirai più dolore. Ad un certo punto, voltandomi, ho visto gli altri ragazzi poco più distanti da me, con le braccia spalancate quasi ad abbracciare una creatura inesistente ma la visione di quelle braccia, di quel vento addosso, non so, c'è stato qualcosa che mi ha commossa fino a dover reprimere le lacrime.




E' che mi tengo tutto dentro e arrivo ad un punto in cui neanche esplodo, no, io non esplodo mai, io implodo ovvero mi scoppio dentro. E adesso sto facendo questo. Mi sto scoppiando. Che grammaticalmente fa orrore ma rende meglio l'idea. Perchè non vorrei essere in casa ma farmi una doccia fredda e poi andare a fare una cosa stupida come coricarmi su un prato con qualcuno - una persona - e parlare. Vorrei fare tante cose piccole, semplici, stupide, ma non c'è nessuno, e non capisco perchè. Perchè non riesco mai a fare la scelta giusta? Anzi no. Perchè non riesco mai a fare una scelta? Una qualsiasi. Perchè devo essere fatta così? perchè poi la gente non le capisce le persone confuse, è ovvio, non si può capire qualcuno che per primo non capisce sé stesso. Avrei potuto fare tante di quelle cose. Prendere così tante decisioni che non ho mai preso. Oppormi tutte le volte che non mi sono opposta. Decidere ogni volta che ho lasciato che decidessero per me.
Ho persino scritto una lettera. Io, che ero arrivata a convincermi che di lettere, alle persone reali, non ne avrei più scritte, perché sono troppo dense per essere capite. Invece, poi, sentivo di non aver altro modo per comunicare, in quel momento. Ho scritto una lettera che poi ho consegnato, e parlava di qualcosa e del fatto che non sono pronta per niente, per recitare ancora. Ho scritto una lettera che poi ho consegnato, e parlava di qualcosa e del fatto che io devo ancora amarmi. Parlava di risposte. Che non ne sono capace.
Fermati corri fermati corri fermati corri e allora mi fermo o corro? è che non fa nessuna differenza. Correre mi porta verso il nulla e star ferma mi porta ad essere terrorizzata da questo nulla che sembra incombere in qualche luogo non ben precisato dentro di me. Ho letto due libri in una settimana e il guaio è che ci stavo così bene, là in mezzo, che quando poi si tratta di capirmi preferirei diventare pazza in un attimo piuttosto che schiacciata dalla costante, lenta, agonia dell'incomprensione.
"Perfino la tua gioia è una fiamma che sale dalla tristezza. Non sei mai allegra veramente, non sei neanche normale."
E riflettendoci capisco che è terribile. Che nemmeno il tempo passato tra le braccia dei miei amici è caratterizzato da una felicità limpida e scevra di preoccupazioni, penso che anche i sorrisi e le risate mentre loro fanno quelle imitazioni ridicole, anche quei ti voglio bene e persino i progetti, i racconti, gli aneddoti più esilaranti e tutto ciò che dobbiamo ancora fare insieme, nemmeno tutto questo mi riempie di un'allegria pura, senz'ombre. Penso che anche la mia felicità di fronte ai miei amici, che rappresentano il più luminoso frangente della mia vita, è sporcata da un'ansia che pesa e che oscura, da una preoccupazione e una tristezza che non è possibile riconoscere ed estirpare perchè non ha alcun punto di partenza e nasce dal niente.
"C'è sempre qualcosa di troppo teso. Quando tu ridi è lo stesso che tu pianga. Ci si vede la sofferenza dentro. Tu mi fai rabbrividire fino in fondo all'anima."
E' una fiamma che non riesco a spegnere perchè è rimasta accesa ormai troppo a lungo, è una lacrima che non ho la forza di asciugare, è una melodia sbagliata, è la canzone sbagliata nel momento sbagliato e la canzone sbagliata in qualsiasi altro momento, è come il tempo e come la vita, è come il tempo della vita, come il suo scorrere costante, con lo stesso morboso incedere che poi diventa normale sentirsi sempre in ritardo o in anticipo per la vita stessa e mai, mai una volta in orario, chissà forse il tempo ha un ritmo tutto suo e noi siamo troppo umani per capirlo.
La mia sofferenza scorre incessante e così io non mi sento in tempo mai, per vivere, per scegliere, per intraprendere un percorso, mai in tempo per abbandonarmi e per accogliere, mai, in tempo. Scelgo l'attimo sbagliato, il secondo, sbagliato. E' il secondo che sbaglio, sempre.
Mi domando come ci si possa sentire così vivi eppure con un estenuante senso di morte e malattia dentro. E la sofferenza che fa a botte con il mio incommensurabile amore non è una motivazione valida. Perchè cazzo io li voglio amare, i miei amici, li voglio amare in modo limpido e li voglio amare di un amore carico di passione, e affetto, senza quella malinconia che mi fa rabbrividire e oscura anche il più spensierato dei miei sorrisi.
“Hai solo voglia di essere amata, una voglia continua, anormale. Non sei positiva tu, sei negativa. Tu assorbi, assorbi, come se ti voelssi riempire d’amore. Evidentemente perché ti manca qualcosa.”
E questo qualcosa è l’amore per me stessa. Non ho ancora imparato a volermi bene seriamente, a proteggermi. Sono negativa, e mi manca qualcosa. Già a questo punto mi viene spontaneo chiedermi cosa mai ci possa essere di tanto affascinante in una persona del genere, ma ho imparato sulla mia pelle che queste cose sono fuori dal controllo umano. Aspettate. Aspettate che io prenda una decisione. Che io reciti la mia parte. Perché c’è sempre una parte da recitare, ma io non me la ricordo più. È come se tutto il mondo andasse avanti e io mi trovassi immobile, travolta da quell’assurdo avanzare. Tutti aspettano me, manco soltanto io, ma non riesco a muovermi. Basta tirarmi, non spingetemi più, non so in che direzione muovermi. Ho bisogno di tempo. Per amarmi. Ancora non sono capace, di amarmi.
"Perchè non lo sei, ecco. Perchè sei diversa dentro, come quei pini, e poi ad un tratto ti accendi. Ma non sei mai come un albero qualunque, con foglie allegre, fruscianti.."
E io ad un tratto mi accendo come adesso che ho la finestra spalancata di fronte a me e il buio della campagna che si cela nella notte sembra inghiottirmi. Un'improvvisa folata di vento mi ha scompigliato i capelli e asciugato le guance bagnate da ormai vecchie lacrime. Mi accendo adesso, e mi fa male dentro perchè vi sento tutti così distanti, questa sera, e quando non ci siete tutto mi sento fuorché viva, io, che ormai mi nutro della vostra presenza, cullandomi sul suono delle vostre voci, con una fitta allo stomaco quando ridete e mi sento così parte di voi, e accarezzandomi il cuore quando mi guardate con quegli occhi - i vostri occhi.
Siete a pochi chilometri da me eppure sono miglia, quelle che mi separano da voi, adesso, questa notte. Ho il cuore paralizzato dalla gioia e dall'angoscia quando penso che di anni, ormai, ne sono passati tre, e sarebbe noiosamente banale dire che non mi riconosco più. Tre anni, che sono una sciocchezza guardati con la prospettiva di una vita intera, eppure è il tempo più importante della mia vita, perchè sono stati gli anni del cominciare ad essere fino in fondo, gli anni in cui ho cominciato a credere, a pensare, ad espormi, gli anni dell'amore, della passione nascosta sotto ogni cicatrice, celata da miliardi di bugie ma l'unica che ha saputo farmi sentire. Non viva, non forte, non bella, non bene, non male. Sentire, e basta. Gli anni dei segreti, gli anni della scalata verso una libertà personale che mai avrei pensato di raggiungere. Non ero capace di nulla, prima di incontrarvi. Non ero capace di parlare con me stessa, di affrontare i miei bisogno più sentiti, non ero capace di alzare lo sguardo.
Ma in fondo forse nemmeno ve ne rendete conto. Che avete aperto un varco nel mio muro.
“Ma perché ti devi sempre struggere sulle cose? Non puoi amarle senza aggrappartici come se ne volessi succhiare il cuore? Dovresti avere un po’ più di riserbo, di contegno, non so..”
Contegno? Ma come diavolo si ama con contegno? Dove sta il senso, nel risparmiarsi? Non trovo senso in tutto questo, quindi sì, odio il dolore graffiante del momento esatto in cui si ama senza riserve, ma sono fiera di averlo vissuto in modo straziante e vivo fino all’ultima goccia, la più dolorosa, dopo la quale nulla rimane più. Non c’è nessun senso nel vivere tenendo sotto chiave le emozioni, non ne vale la pena, di vivere legati al contegno. L’amore o è totale da far male e bene quasi come il volersi annullare, o non esiste. Tutto ciò che sta nel mezzo non è altro che distorsione, dovuta al terrore, alla paura fottuta dell’amore viscerale, che ti assorbe ovunque. Io non sono fatta per il risparmio.
Perciò vi amo, amici miei. Visceralmente, con la mia combattuta sofferenza, con tutta l’energia che possiedo, vi amo nella debolezza delle mie decisioni, con la costanza e la passione di chi non vuole perdere tempo, vi amo con tutto il dolore di cui sono capace, nei vostri più grandi difetti e nei miei, con tutta la gioia che da sempre provo per voi, sulle vostre spalle forti e nelle vostre solide braccia dove si asciugano le mie lacrime, vi amo nei più grandi sbagli e nel vostro, nostro, crescere, quando si corre stonati sulla notte perché l’importante è farsi sentire, sentirci, e quando si cammina in punta di piedi sulle incertezze e sulla vita ancora fuori dalla nostra portata perché la sola cosa che serve, a volte, è silenzio, vi amo per questi tre anni infiniti, dalla persona che ero prima alla persona che sono adesso, col mio implodere da sola ed esplodere in vostra presenza, per i piccoli passi che hanno fatto di noi dei giganti, vi amo per questi tre anni di vita nuova, vita vissuta, vita da accendere, vita su cui impazzire di vitalità, vi amo nella mia conquistata capacità di comunicare, dal giorno in cui non mi capivate al giorno in cui, finalmente, mi sono fatta capire e ho lasciato che mi capiste, per l’insicurezza dei primi momenti e per la mia fiducia. Vi amo per questi tre anni d’infinito, per la vostra vita, quella che vi portate nelle parole che nemmeno ve ne accorgete, e per la mia.
porgo a tutti la stessa incombente domanda, lo chiedo a tutti, persone, animali, lo chiedo agli alberi lo chiedo al cielo di mattina e di notte - perchè sono due cieli diversi e magari uno dei due saprebbe cosa rispondermi - lo chiedo al vento e all'afa, lo chiedo ai granelli di sabbia, agli ombrelli per ripararsi dalla pioggia e ai cappucci di chi l'ombrello ancora non ce l'ha. lo chiedo ad una canzone ma questo è troppo banale lo chiedo alle mani degli uomini lo chiedo alle labbra di una donna e al ginocchio sbucciato di un bambino. E no, non sono pazza. Come si fa a vivere di più? solo perchè non ve lo chiedo con la voce non significa che non vi stia supplicando di rispondermi, per favore. ma quando la gente capirà che non è solo con la voce che si parla sarà sempre troppo tardi. vi chiedo come si faccia a vivere di più perchè ne ho davvero tanta voglia, voglio vivere tanto voglio vivere tutto ogni molecola e ogni atomo, voglio vivere ogni soffio d'aria ogni uragano ogni sole troppo caldo ogni maglione tanto desiderato per il freddo altrettanto desiderato ogni goccia d'acqua sul viso ogni sorriso ogni sussurro e ogni grido, voglio vivere ogni addio ogni arrivederci ed ogni bentornato - anche se questi, veramente, non capitano mai.
A volte basta un niente e noi siamo ancora qui, da tutta la vita, a cercare il tutto. senza accorgerci del fatto che è un colore, un suono, un odore, ciò che ci fa superare la definita barriera della logica e raggiungere il posto in cui nulla si controlla più. dev'esserci qualcosa, nell'rosso soffuso di un tramonto, nell'inquieto blu del mare che trova subito un inevitabile punto d'incontro con il mio cuore, nelle verdi distese di natura e di bianche cascate d'acqua, nel selvaggio scorrere di un ruscello in mezzo ad un bosco - dev'esserci qualcosa in tutto questo, così spaventoso eppure, forse proprio per questo, irresistibilmente attraente. L'enormità e l'immensa autonomia di una natura fuori dalla nostra portata - sarà questo a farci rimanere ogni volta qui, a metà tra l'incredulo e l'estasiato di fronte a particolari, naturali, fenomeni. Ci dev'esser qualcosa in quei colori, in quei suoni o nella surreale atmosfera che sono in grado di creare. ci dev'esser qualcosa che ci entra negli occhi - senza averne la minima consapevolezza, solo ricevere, senza mettere in gioco la volontà, solo ricevere, negli occhi, qualcosa - e viene spedito senza filtro giù in fondo al cuore. ci dev'essere una spiegazione. Anche fisica, se volete. Chimica. Ma io mi aspetto una spiegazione. Non può essere così. Solo bello e basta.
“Tanto io non ho niente da nascondere. Lo so che lo leggi, questo blog. Ma non devo nascondere niente, ormai sono un libro aperto – fin troppo.”
Beh, ma è giusto così.
E’ giusto così un cazzo. Non è giusto che io debba fare la mia dignità a pezzi soltanto perché non ho voglia di oppormi.
E prima ancora te ne stavi lì, davanti a me, voltato di spalle e appena ti ho visto il mio cuore ha evidentemente saltato un battito perché mi sono trovata a dover inspirare con forza per reggermi in piedi. Ma il mio cuore ti ha visto li, davanti a lui, dopo “tanto” tempo, concretamente presente, lì a pochi metri, e il mio cuore ha fatto un rumore strano – che ha infettato poi tutto il corpo – è esploso e si è ricostruito a stento in pochi secondi. E tu eri lì, davanti a me, voltato di spalle, e pensavo solo ti prego non girarti per favore non girarti e invece l’hai fatto. E lo stesso rumore si ripete, di nuovo, nel mio cuore, perché anche se adesso non sei più, prima sei stato, perché anche se adesso non ti penso più, prima ti pensavo e quindi a volte la forza dei ricordi ha un impatto troppo duro con il presente e non importa ciò che rappresenti ma ciò che rappresentavi. nel giro di pochi secondi, insomma, scoppio e mi ricostruisco, più in fretta che posso, il più velocemente possibile. Quindi, poi, te ne stavi lì, davanti a me, ed io evitavo accuratamente di guardarti in faccia perché, sempre per quella faccenda dei ricordi, poi non avrei più distolto lo sguardo e lo sapevo – ma sempre per quella faccenda dei ricordi.
Perché poi, in fondo, mi è passata. In fondo. ]
Ti voglio ancora bene, nonostante tutto.
Il fatto è che io non concedo. Io getto. spingo con forza inevitabili frammenti di me alla prima occasione. le lancio in caduta libera senza la certezza di un atterraggio. e non lo faccio nemmeno con l'illusoria e lodevole speranza che chi le raccolga, poi, le capisca. io non penso che, per adesso, qualcuno abbia voglia di raccogliermi. che poi non è nemmeno ciò che vorrei. io vorrei raccoglierci, insieme, ci farei cadere e poi ci raccoglierei per sempre, farei questo per tutta la vita, ecco che cosa farei. nel pieno possesso delle mie facoltà mentali so per certo che non c'è nessuno, in questo momento. o forse cerco qualcosa che non esiste e non si tratta di accontentarsi. E non riesco a nascondere una sorta di insofferenza di fronte a chi pensa che tutto questo mi dia soddisfazione e non capisce che mille ragazzi per i quali fondamentalmente non vali niente non ti riempiono mai la voragine incolmabile che ti sprofonda nel petto. e alla fine sono solo baci, baci e io mi ritrovo ancora su questo dannatissimo letto a chiedermi mi chiamerà quando mi chiamerà cosa fa perché non chiama domani gli piacerò ancora e a volte mi sembra di implodere perché è come se la mia vita non esistesse e questo mi fa sentire di una inconsistenza che mi terrorizza e ho paura di annullarmi.
Ho pensato a questo, poco prima di venire rapita dal suono delle loro voci, mentre osservavo i loro sorrisi spensierati - più limpida e chiara rappresentazione di ciò che è la mia salvezza - e ho capito che devo fare questo per il resto della mia vita, ho capito che li amo, che sono stati la mia inconsapevole rinascita perché ciò che sono in grado di fare adesso è merito della loro presenza, che per due anni è stato ciò che di più costante mi fosse concesso avere.
E poi eravamo seduti attorno alla piscina e la musica filtrava appena dalla finestra perché in fondo avevamo paura di disturbare ma non lo davamo a vedere ed era bello far finta di essere invincibili, con i nostri sorrisi larghi e occhi che riflettevano reciprocamente le nostre immagini e niente, in quel momento, avrebbe potuto far trasparire anche solo per un secondo quella cieca sensazione di solitudine che, come un esercito, combatte, adesso, nel mio cuore.
Perché dove sei che cosa fai.
una merda di spiegazione o forse va di moda adesso scomparire nei momenti più
inaspettati
no ditemelo così farò di tutto per non adeguarmici.
mi hai pensata adesso esco e vado a vedere
anzi no. I loro sorrisi.
Sai cosa ti dico? non importa se anche non hai chiamato
non importa
Sono seduta su una panchina di legno con la vernice verde sporca ormai come il colore dell’erba che la circonda, ma di fronte a me, e tutt’intorno, ci sono alberi alti più del cielo con foglie verde smeraldo. Sembrano quasi una vendetta nei confronti di questa spietata opacità. Un extracomunitario passa e mi sorride. Sul mio volto si delinea un’espressione che credo di poter definire perplessa, sebbene questa sensazione, adesso, non mi appartenga minimamente. Non saprei spiegarmene la ragione, ma mi succede sempre. Non riesco ad essere cattiva nemmeno con uno sconosciuto. Ma dicevo, gli alberi.
C’è questa grande pianta, di fronte a me, con il tronco chiaro e le foglie piccole, ed i raggi del sole filtrano delicati tra le sue foglie e illuminano una giovane madre in bicicletta che sorride alla stretta del suo bambino, seduto sul seggiolino, dietro di lei, aggrappato alla sua vita. Un uomo che cammina in fretta, con un marsupio azzurro a tracolla, che si guarda intorno con aria corrucciata. Una coppia di giovani anziani della stessa statura, dagli stessi capelli bianchi e dagli stessi spaventosi occhi azzurri, che camminano a braccetto in modo paurosamente sincronico. Avranno anche imparato, dopo tutti questi anni. Una giovane coppia si è appena fermata, quasi a farlo apposta, su questo strano gioco di luce. Lei sembrava triste, o forse innervosita, o forse stanca. Lui le è scivolato davanti con un passo veloce e ha cercato lo sguardo di lei che, però, lo ha abbassato, inclinando la testa di lato. Così lui le ha sussurrato qualcosa, molto piano, così piano che a me resta solo l’immaginazione, e lei si è voltata mentre un timido sorriso le nasceva sulle labbra e scacciava via la precedente ombra scura di preoccupazione. E poi lui ha riso, con un sorriso grande che avrebbe potuto abbracciare il mondo a sé, sole e luna, ha riso con le labbra, con i denti, con la fronte distesa e le guance piene, ha riso con tutto il corpo ed è bastato quello a colorare la giornata di nuovo; ha appoggiato la propria fronte su quella della ragazza e così si sono guardati. Lei ha messo i propri gomiti sulle sue spalle e, con le mani delicate, gli accarezzava piano la fronte. Non so perché ma in quel momento mi è sembrata una posizione dolcissima. Adesso si stanno baciando. È un bacio lunghissimo ma ben lontano dalla volgarità. Questa è l’ingenuità, questa è la tenera verità. Ed io rimango qui, da una panchina poco distante, ad inventarmela, a costruirla.
Adesso è notte ed io sono su questo aereo, a chilometri da terra che, se non ci penso, la fottutta paura di cadere mi passa. Di fianco a me è seduto un uomo, o forse un ragazzo - si, dagli occhi sembrerebbe un ragazzo - con folti capelli spettinati un pò per aria e un pò sulla fronte.
Siamo tutti uguali, in questo momento. Non siamo andati a dormire, per questo ci siamo per così dire "svegliati" con le occhiaie marcate, le solite occhiaie marcate - noi viaggiatori di un mondo sfolgorante e pericoloso. Non ci siamo pettinati i capelli e non ci siamo guardati allo specchio per paura di essere in ritardo, nonostante l'orologio sulla parete segnasse una buona mezz'ora d'anticipo. Ma non si sa mai. Capita anche agli orologi di sabagliare, chi può dirlo.
Sfiduciosi verso tutto, ma soltanto come conseguenza della sfiducia verso noi stessi. Stanotte crediamo solo a questo viaggio, a questi chilometri che ci separano dal suolo e a questa notte così paurosamente vicina, a questa notte che tocchiamo con gli occhi, fuori dal finestrino. Crediamo solo che le nostre vite da perfetti sconosciuti si incroceranno nei ravvicinati sedili di questo aereo, che la ragazza addormentata con la musica nelle orecchie stia pensando che questa è la volta buona, che il ragazzo appoggiato allo schienale del suo sedile guardi di traverso fuori dal finestrino e pensi che nessuna persona al mondo potrebbe avere male nel cuore di fronte ad un'immensità simile, eppure lui per primo sente una costante fitta al petto pensando sono felice di andare, ma perchè questo mio andare deve per forza essere una fuga?
Crediamo solo nel penetrante rombo del motore per arrivare lontano. Finchè sentiamo questo, significa che andiamo avanti. Crediamo solo in quella donna che guarda il blu del cielo o il blu del mare - non fa più molta differenza - e ha già negli occhi dipinto il riflesso di ciò che vedrà, di ciò che ha sempre desiderato vedere. Lei non sta scappando da niente. Lei è partita per raggiungere, e noi, questa notte, crediamo in questo. Ed io, in cosa credo? Credo nel ragazzo seduto di fianco a me, con i capelli che in realtà non sono spettinati ma ricci - cioè ricci e spettinati - la polo azzurra con il colletto sbottonato ed i jeans sbiaditi (siamo tutti un pò uguali in questo viaggio), che ha sulle gambe un libro che non riesco ad identificare e tra le mani un biglietto. Se lo rigira tra le dita da troppo tempo, ormai. Penso, infatti, che gli suggerirò di smetterla, se non vuole rovinarlo del tutto. Apre, piega, riapre, ripiega questo foglio di sottile carta bianca, scritto con una disordinata grafia - come se, chiunque l'avesse scritto, in quel momento avesse fretta di dire - e una penna blu, questo biglietto che non capisco. Credo in lui, questa notte, e nelle sue mani belle e chiare che consegneranno il foglio al prefissato destinatario o che ne raggiungeranno il mittente, in una sfrenata corsa contro il tempo. Vorrei parlargli, ma non credo lo farò. Se lo disturbassi, non potrei mai perdonarmelo.
Stanotte la vita al di sotto di questo aereo non mi appartiene. Andiamo tutti incontro a destini così diversi eppure, e questo è sorprendente, adesso niente ci divide. Qualcuno ha paura, qualcuno è sereno, e lo capisci dalla bocca rilassata, qualcun altro è impaziente e qualcun altro ancora si chiede per quale motivo se ne sta andando, ma qualcosa dentro di sé gli suggerisce che non ha alternativa.
Più tardi atterreremo; più tardi non faremo più caso al mondo perchè non ci sembrerà più tanto infinito e sconfinato. Più tardi ci dimenticheremo gli uni degli altri, trascinati via nuovamente dall'incessante ed insistente preoccupazione di sopravvivenza. Io scenderò piano gli scalini dell'aereo e lo guarderò da capo a coda in tutta la sua maestosa grandezza (e pensare che questo affare tocca il cielo.), recupererò la mia valigia osservando istintivamente il ragazzo del biglietto. Cercherò freneticamente con lo sguardo una tasca dove possa averlo infilato, gli guarderò le mani per controllare se è ancora li, così perderò il giro della mia valigia e aspetterò ancora. Guarderò il ragazzo del biglietto allontanarsi, con la convinzione che mai più la mia vita si scontrerà ancora con la sua senza sapere quanto in realtà mi stia sbagliando, e, dopo aver posato la valigia nella mia stanza d'albergo o quello che è, comincerò a camminare per le strade di questo nuovo mondo, camminerò camminerò e camminerò fino a non aver più alcuna sensibilità ai piedi, camminerò fino ad avere le mani calde a gennaio, camminerò fino a memorizzare ogni pietra, ogni singola luce di questa nuova, momentanea, vita. E poi aspetterò l'alba. O il tramonto. Che ore sono? Chi se lo ricorda più, ormai. Osserverò l'alba, o il tramonto, e penserò all'alba e al tramonto su Mantova, quando lo guardavo dal lago. Quando mi sedevo a terra a fissare con ostinazione il lago e ricevere nello sguardo i mille nuovi colori di un giorno, un altro giorno, che se ne andava. Ha scelto questo modo per salutarci, questo appariscente e cordiale modo di dirci addio.
Come facevo quest'inverno, con anfibi, cappotto nero e sciarpa fino al naso, io me me stessa e nessun altro a capire la bellezza e la suggestione di un momento come quello, e aspettare mentre il sole scompariva dietro Mantova, scivolava piano e si espandeva ovunque in quell'esplosione di colori tutt'altro che violenti e l'aria stessa diventa, come ogni cosa in quel momento, tenue. Il tramonto dietro Mantova, il tramonto visto dal lago, aspettato dal lago, con una brezza leggera a farti rabbrividire, suonava come un'orchestra di infiniti elementi. Il tramonto assorbito dal lago era abbandonarsi all'estasi totale di quell'improvviso clamore, che mai prima d'ora si era potuto percepire con una tale prorompente chiarezza. E' estraniante la nostalgia che aleggia nell'aria quando assisti ad un tramonto; anche lievemente malinconica, ma di quelle malinconie che quasi desideri, che non cambieresti per niente altro al mondo. Forse, chissà, qualcuno ci nasce, con la nostalgia malinconica, dentro.
Ed io camminerò. E domani si vedrà.
Ciao
Certamente questo non è né il momento né il luogo più adatto per scriverti. Non serve spiegare il perché, e non importa molto, dal momento che non sto scrivendo precisamente a te. Sto parlando ad una persona che ha preso vita esclusivamente nella mia testa, dentro la quale è nata e che, poi, ho visto venirmi strappata via con la forza. Ma quella persona non esiste. Tu, non esisti. Esiste solo l’idea di te. La mia idea di te, che non intendo rovinare mescolandola con la persona per cui provo una sorta di violento odio che, ovviamente, sei. Marco. Di Marco era tutto quello che avevo e che desideravo.
Suoi erano i baci e le carezze, sue erano le sigarette di cui improvvisamente non detestavo più l’odore; mi sembrava, anzi, quasi piacevole, quell’odore che si fondeva al suo profumo cosicché tutto ciò che gli apparteneva sapeva di lui, esclusivamente di lui, e nessun altro. Sue erano le mani, piccole e belle che, con rara armoniosità, si univano a braccia da uomo solcate da quella sacrosantissima, netta e visibile, vena. Quando Dio ha creato la perfezione, di sicuro pensava alle sue braccia.
Sue erano le unghie mangiate delle mani, che, sorprendentemente, non stonavano con quella dilagante perfezione. Sua era l’estremità inferiore del collo e quella superiore del petto, che si lasciava intravedere dalla camicia appena sbottonata – un invito esplicito a perderci la testa e più volte avrei desiderato graffiarlo a sangue per quella sua maledettissima pelle splendida che sapevo, l'ho saputo sin dall'inizio, non mi sarei più tolta dalla testa. Sua era anche la pelle, si, che certamente non posso permettermi di spiegare. Suo era il collo ed i tre nei sul lato destro, quelli che fissavo intensamente mentre pensavo che, diavolo, avrei potuto tracciare un suo ritratto anche ad occhi chiusi, se ne avessi avuto la possibilità, e lui forse nemmeno lo sapeva. Suo era, poi, quel viso graffiante di particolarità, con basette sottili che allungavano lo sguardo, segnando gli zigomi alti. A volte mi sembra di vedere ancora il suo profilo mentre guarda lontano, e lo sguardo porta in qualche posto nel quale, però, non mi è stato concesso di arrivare. Suo era il neo sopra il labbro, a destra. Labbra morbide, labbra disegnate, labbra che ogni tanto me lo immagino ancora, mentre parlava, soltanto per rivedere ancora il modo fantastico in cui le muoveva.
Pensavo a questo, ieri sera, mentre camminavo per le vie del centro e mi accorgevo poco alla volta che, quasi, conosco meglio le strade lastricate di ciottoli di Mantova, che tutto il resto. Così ho pensato che sarebbe stato carino provare, per una volta, a camminare guardando in alto, e la conclusione che ho tratto è stata che siamo veramente degli idioti.
Quando camminiamo, guardiamo per terra. O, al massimo, appena davanti a noi, giusto per evitare di finire sbattuti addosso a qualcuno. Questa è la pessima abitudine alla quale, però, nessuno, mai, sfugge. Guardiamo la strada davanti a noi, quella che, questione di attimi, calpesteremo, come per controllarci i piedi, come se, alla prima svista o distrazione, potessimo incespicare e cadere a terra. Quanta insicurezza. Così, forse un po’ per ammazzare il tempo facendo qualcosa di diverso, forse un po’ per vedere fino a che punto potessi essere stupida, ho preso a camminare, con scarso equilibrio, fissando gli occhi più su. E, siccome questo “più su” è quantomai indefinito, ho deciso di limitare il campo al tetto del castello che mi si presentava davanti in quel momento, al confine che lo separava da un cielo apparentemente leggero. Potrei attribuire la mia immediata reazione alla sua imponenza, che non puoi percepire in tutta la sua interezza finché non ti prendi il tempo di guardare in alto, o alle luci bianche che, dal basso, illuminavano il castello mantenendone la parte superiore in una semi oscurità che finiva per confondersi appena nel blu abissale del cielo, o forse al fatto che ogni tanto, di notte, mi capita di essere più sensibile. Più recettiva. Ma insomma, qualunque sia stata la causa scatenante, il fatto è che non riuscivo a smettere di pensare alla tremenda veridicità delle parole di chi sostiene che siamo piccoli. Piccoli, in un mondo decisamente enorme. E poi sarebbe stato fantastico potermi sedere proprio lassù, in cima alla torre, desiderio concretamente assurdo, e stare immobile, soltanto immobile a ricevere il mondo addosso. Se avessi potuto arrivare lassù in cima, sicuramente non sarei riuscita ad impormi alla potenza devastante che un cielo così vicino potrebbe avere su di me. Perciò avrei cominciato ad usare il cielo come autostrada sulla quale far colpevolmente esplodere catastrofici incidenti. E poi guardare le automobili bruciare e le persone morire, o peggio, dissolversi in una nube silenziosa di fumo sporco. E ascoltare il rumore del fuoco, il suono scoppiettante delle scintille ardenti, e percepirne il silenzioso tepore sul viso. Quella l'unica luce, di notte. Farmi da parte e guardare ambulanze arrivare di fretta, soccorsi precipitarsi, confondersi tra le fiamme perchè non ci si arrende più nemmeno all'evidenza, ormai. Osservare famiglie piangenti e seguire con lo sguardo le lacrime che, come ad alzare bandiera bianca, percorrono solchi su guance gonfie e volti deformati dal dolore e da un'inconsapevole rassegnazione. Partecipare a questo diasastro senza la forza morale di proferir parola o dispensare aiuti, come una dichiarazione di resa verso una vita che sceglie. Osservare un altro incendio spegnersi e lasciar spazio ad un altro cratere con cui convivere. E chiedersi solo come mai. Fosse per me, mi chiederei come mai per tutta la vita .
Ma poi mi dico che è ora
Mi dico che è ora di dire basta. Me lo dico in continuazione. Che è ora di spegnere con un calcio i lampioni per le strade deserte e desiderare il buio per poi averne paura e prendere in mano il cellulare e stringerlo per quei messaggi salvati e per quello, l'unico che non ti arriverà mai perchè soffro ancora di vertigini.
Tu sei il mio fuoco. Lascia che tu sia il mio fuoco. Tu devi esserlo. Nella burrasca di queste notti, in questo infernale silenzio di piombo, mentre sento dentro di me finestre sbattere violentemente ed ogni volta il mio cuore ha un sussulto e poi, terrorizzato, si stringe, io ti prego di essere il mio fuoco. Adesso che il dolore della tua assenza brucia ancor più del fuoco stesso che tu sei per me, adesso che scalpita dentro di me, contagiando, lo sento, ogni singola parte del mio corpo e, come implodendo, mi stringe l’anima in un urlo soffocato, impedendomi di riversarlo altrove, incapace di uscire ed irrompere al di fuori e consumarsi per l’ultima volta, tu devi essere, ancora una volta, il mio fuoco.
“Scusami è che sono stanco e debilitato da tutto quello che abbiamo preso fatto fumato sorseggiato e che non abbiamo mangiato. Che ci siamo sdraiati vicini con i cuori arresi. Ma a dibattersi. Con i capelli appiccicati alla fronte.”
succede sempre così: ci si ritrova a terra insieme a qualcuno che ha il cuore sfatto come il tuo, e si comincia a morire dalla voglia di concedergli in mano la propria vita.
Ieri, per esempio, constatavo quanto fosse piacevole e rilassante camminare sotto i portici in silenzio, lasciandosi rubare lo sguardo dalle persone intorno e la mente dal conciliante suono della dolce musica dei Coldplay. Ogni volta mi scopro a pensare a quanto sia interessante osservare le persone. E’ strano, immaginare la loro storia deducendola da affrettati sprazzi di discorsi che si colgono indistinti nella bufera di quelle voci. Alcuni nemmeno si accorgono di te, e sono quelli sui quali mi permetto di fantasticare di più. Altri avanzano guardando ogni singola persona che incontrano, come se fossero in costante preoccupazione per il loro giudizio. Incroci lo sguardo di donne che distolgono immediatamente gli occhi come se si sentissero sorprese nel bel mezzo di un atto di cui si vergognano intensamente – chissà chi l’ha inventato, poi, che guardare uno sconosciuto sia qualcosa da fare di nascosto. Alcune si chiedono chiaramente per quale motivo tu le stia guardando, altre morirebbero altrettanto chiaramente dalla voglia di mandarti a quel paese.
Poi, persa in questo vortice di sguardi indesiderati, sono passata di fronte ad un bar e ho visto un uomo. seduto ad un tavolo. da solo. Incorniciato dai tavoli pieni intorno a lui e da discorsi ai quali sembrava del tutto estraneo, si sorreggeva la testa con le mani e sembrava non aver la minima intenzione di toccare il cibo che gli era stato servito sul tavolo, dal quale il suo sguardo deviava, posandosi sul bordo macchiato di una tovaglia consumata. Lo stesso sguardo che si posa d’istinto su punto indefinito dello spazio quando un pensiero improvviso strappa la tua mente dalla realtà presente e la guida attraverso un universo disastrato e, quasi sempre, malinconico. Ecco, quell’uomo fissava il bordo del tavolo in un modo che sarebbe potuta scoppiare una guerra, in quel momento, e lui, probabilmente, non se ne sarebbe accorto.
E’ stato proprio lì, guardando i suoi occhi, che tutte le persone intorno, tra spinte e corse affrettate, sono scomparse, ed è rimasto solo lui e la mia voglia pazzesca di sedermici di fronte, fissando ostinatamente lo stesso punto del tavolo fino a che qualcuno non si sarebbe arreso.
Era così apparentemente invisibile, immerso in un silenzio inaffondabile. Niente, lui era li, era da solo. E ore ditemi di che mondo bisogna essere per sentirsi da soli alle cinque di pomeriggio, a Mantova, con tutto questo scorrere di persone. Mi è bastato mettere gli occhi su quello sguardo per un lunghissimo secondo per venire travolta da una tenerezza infinita, la stessa che ti avvolge con i bambini, quando scoprono una novità, e tu vorresti sederti accanto a loro e guardarli per tutta la vita, e al momento giusto insegnargli tutti i dolori possibili, per evitarglieli.
Ma tu dov’eri, mio assorto signore, dov’eri quando te l’hanno insegnato? Non hai voluto ascoltarli, vero? Neanche io. Sa cosa penso? Che siamo stati davvero degli incoscienti testardi.
Mi permetta una considerazione, impenetrabile signore seduto al tavolo: dovrebbe diluirsi un po’ quegli occhi. Così sono troppo densi, rischia di ferirmi, lo sa? Avanti, li alleggerisca un po’, non faccia come me. Vedrà come saranno comodi, poi, da portare in giro. Nessuno ci farà più caso, non è magnifico? Lei non crede che sia magnifico?
Però no, no, non faccia così, non è proprio il caso. non mi segua, non venga con me, io non sono in grado di insegnarle come riuscirci, mi dispiace, io sto ancora aspettando l’arrivo di qualcuno che lo insegni a me. Non saremmo un’accoppiata vincente, non crede? No, veramente, le dico di non farlo. Non si alzi, mio stanco signore, non assecondi il mio istintivo desiderio di prenderla per mano e no, non mostri interesse per la mia vita. Sono certa che non vuole ascoltarla sul serio. Sono certa che non vuole ascoltare nemmeno la sua, di vita, perciò non venga con me, la prego, se non vuole che questo accada. Lei non capisce, non può lasciare che due fiumi in piena si incontrino così, senza alcun preavviso. Due fiumi in piena, lei lo sa che se mi prende per mano così finiremo per annegarci, dentro a questo piena?
no, no, no, finisca di mangiare, paghi il conto, prenda quella dannata birra in mano e torni a casa, torni a fissare il bordo di un altro tavolo, torni ad incantarsi su un’altra tovaglia sgualcita, torni ai suoi ricordi, torni. Lei ha gli occhi comprensivi, lo sa? Perciò non si unisca a me, la prego, non potrei mai averla vicina e resistere al bisogno di raccontare loro tutto. Io non so resistere ai bisogni. Lei lo sa, ho capito che lei lo sa, ho capito che è per questo che non se ne va. Cos’è questa, una sfida, mio impavido signore? Lei può aver capito quel che vuole su di me, ma io so che lei ha paura dei suoi ricordi almeno quanto ne ho paura io, e so che nemmeno lei sa resistere al bisogno di ricordare. Per questo ora mi segue, per questo mi sta raggiungendo, senza prestare attenzione alle mie avvertenze. Lei non ascolta proprio nessuno, vero? E forse è proprio questa una delle remote cause per le quali adesso è qui, da solo, vero? Ma io lo faccio per lei, non sprechi il suo tempo a rivivere i miei noiosi ricordi, non aggiunga dolore a quello, insidioso e incontrollato, che già prova. Lei non lo sa, mio incorreggibile signore, ma io Sabato sera l’ho rivisto. Marco, voglio dire. No, non è stato affatto un caso, è stato che era vero quando le dicevo che non sono in grado di resistere ai miei bisogni e per questo ho deciso che sarei andata a vederlo.
Spero che lei mi possa perdonare prima o poi se in questo momento provo per lei un odio smisurato, perché, raggiungendomi, ha appoggiato le mani sulle mie spalle, approfittando della mia volubilità, e adesso io mi ritrovo non so come a stringergliele mentre le racconto la mia storia, nel mio modo malato.
mi sono guardata bene dall’ascoltare i consigli degli altri, mi sono guardata bene dal dare retta alle loro affettuose prediche e ai loro comprensivi avvisi. Avevo solo questa gran voce che mi urlava in petto una sola cosa, e lei sa bene come io fossi obbligata ad obbedirle. Non mi guardi così, adesso, come se mi capisse. Io non voglio che lei mi capisca, non voglio andare avanti.
Così sono arrivata li, raccogliendo per strada un po’ di coraggio e cercando di fare affidamento su quel briciolo di autostima che mi è rimasto dopo che lui se n’è andato. Come lei potrà ben capire, sono entrata con l’illusione di confondermi tra la folla, con la vana speranza che, magari, non mi avrebbe vista, per poi trovarmi di fronte alla spiacevole realtà: sì, il locale era vuoto. Ed è chiaro che adesso lei non si sorprenderà, mio imprevedibile signore, se io le dirò che ho gettato un’occhiata furtiva sul palco e, accertatami che lui non fosse lì, non ho aspettato un secondo di più per uscire, nascondendo la mia fuga con un improbabile passo veloce.
Perché ci stiamo sedendo, adesso? Per quale motivo lei non è ancora tornato a casa? Ma lei alla fine ce l’ha, una casa? Perché vuole a tutti i costi costringermi a raccontare, mio provato signore? Non ne ha abbastanza anche lei, dei ricordi?
Comunque è ovvio, stavo solo affrontando la furia interminabile di ambivalenti desideri dentro di me.
Dovevo soltanto decidere se cercarlo con lo sguardo e poi correre, anzi no, avvicinarmi e abbracciarlo, tanto forte da sfondargli il petto, e quindi assecondare la parte di me che vorrebbe piangere in ogni momento, anche qui, adesso, seduta di fianco a lei, la parte di desiderio pazzo che nessuno, li dentro, avrebbe compreso, o se scappare per non illudermi ancora, e quindi conservare ciò che resta della mia scarsa dignità. Naturalmente e fortunatamente, il buon senso questa volta ha avuto la meglio, e mi ha permesso di scappare il più lontano possibile dalla mia nostalgia, dalla mancanza che mi attanaglia il cuore. Si, il cuore, lo stesso che lei sta accarezzando in questo momento. Cos’è, vuole accertarne la presenza, per caso? visto che ci permettiamo ormai questa piacevole confidenza, mi concedo la possibilità di darti del tu, sebbene noi siamo coricati qui ed io non abbia la più pallida idea di chi tu sia.
Alla fine ho atteso l’arrivo della mia amica lì fuori, con quel mio bel vestito, osservando il vento che mi muoveva i capelli (come se potessi sul serio osservare il vento, certo), e chiudendo gli occhi il più possibile, per serrare tra le palpebre un desiderio che lì nasceva e lì dovevo far morire. Con te, mio strano signore, forse mi sarei potuta permettere di non opporgli resistenza, di aprire gli occhi, arrivarti davanti piangente e dirti soltanto di tornare. Solo un giorno. Solo una notte. Darmi il tempo di abituarmi a stare senza di te. Ma con lui no, con lui non avrei mai potuto, non avrebbe mai capito. Perché guardi il cielo, adesso? Cosa c’è nel cielo, adesso? Non possiamo permetterci anche questo, lo sanno tutti che il cielo è l’eterno alleato dei ricordi. Devi cercare di volerti più bene, lo sai? E anche io, devo cercare di volermi più bene. Se me ne volessi di più, probabilmente non sarei tornata li dentro, arresa alla consapevolezza che lui mi avrebbe vista. Se me ne volessi di più, non avrei cercato il modo più diretto e sicuro di farmi ferire ancora dal suo viso. Ma mi mancava così tanto, avevo così paura di dimenticare la perfetta regolarità dei suoi tratti, avevo così paura di guardarlo ancora da vicino ma allo stesso tempo dovevo farlo, dovevo accertarmi di non aver dimenticato nulla di lui. E non ridere, adesso, per favore, perché chissà di quali mali verso te stesso ti sei macchiato, tu. Saprai sicuramente, mio sofferente signore, che mi sono sentita morire quando si è avvicinato per parlarmi. Morire di odio e di amore e di indignazione e di affetto mentre lui se ne stava li, con quel sorriso che è sempre stato un ricercato colpo al cuore, a sviolinare una serie di inutili banalità alle quali non credo di aver prestato particolare attenzione.
Lo sai che qui, qui dove siamo noi ora, qui ci sono stata, una sera, con lui? E se proprio vogliamo scoprire la mia pateticità fino in fondo, in questo esatto punto io mi ero staccata da lui, fingendomi offesa per assecondare chissà quale stupido gioco, e lui mi aveva preso la mano e voltata velocemente verso di sé- Proprio qui, in questo punto, mi ero trovata nuovamente appoggiata al suo petto, baciandolo, e credevo di poter morire dalla felicità, in quel preciso istante. No, non alzarti, ti prego, non andiamo via. Restiamo qui, proprio qui, va bene così.
Perché vedi, è così strano. Non è che io mi senta bene nel ricordare tutto ciò, e non è nemmeno che io abbia una particolare propensione a farmi del male. Non volutamente, per lo meno. Ma c’è qualcosa che mi impedisce di fare altrimenti, c’è qualcosa che mi urla addosso che non voglio dimenticarlo, non voglio dimenticarci. Ma non devo dare spiegazioni a te, mio confortante signore, dal momento che, è chiaro ormai, tu avresti fatto lo stesso. E chissà, forse l’hai fatto davvero. Vedere Marco, Sabato sera, è stata una mia decisione, una scelta presa dal mio desiderio irrefrenabile alla quale non ho potuto oppormi e alla quale non ho voluto consapevolmente oppormi, ma non mi lamento. Non ho il diritto di lamentarmi delle mie scelte. Almeno con quelle ho imparato a fare i conti. E lo rifarei, sai? Lo rifarei altre mille volte, tornerei li con lo stomaco contratto e con un leggero senso di nausea, tornerei lì con la stessa voglia di stringerlo e di scappare via nello stesso tempo, tornerei lì per sentire un vuoto stracolmo di emozioni mentre lui mi parla ed io penso soltanto a come parlavamo prima.
Ecco, così, abbracciami, per favore. Adesso si, voglio che tu mi capisca, voglio lasciarmi andare al tuo abbraccio sapendo che non è la cosa giusta da fare, ma per darti la conferma di quanto io debba cedere ai miei bisogni. Arriverà il giorno in cui me le racconterai, le tue disgrazie, e sarò io ad abbracciarti e tu a cercare di convincermi ad andarmene. Arriverà.
Era così assurdo il modo in cui ci trovavamo lì, agli angoli opposti della stessa stanza, ed io costretta dall’obbligo di fingermi una quasi-perfetta estranea quando, fino ad un mese fa, lì dentro ci entravamo per mano. Sono queste le immagini che non mi fanno dormire, che mi rapiscono lo sguardo nei momenti più inaspettati, come hanno rapito te, prima, seduto a quel tavolo, che mi sigillano la bocca nella promessa che no, nessuno ha il dovere di subire i miei pianti, di sopportare i miei irrazionali tormenti e di assecondare la mia totale incapacità di razionalizzazione.
Lascia che ti stringa più forte, mio inaspettato signore, solo un secondo, mentre ripenso a lui, sul palco, travolto da un illusorio gioco di ombre e luci che lo nascondono dal mondo mentre piano, con i capelli scomposti sul volto e le mani che si muovono (dentro al mio cuore), sussurra, quasi, parole, con la sua voce così dannatamente intensa. Anche quando parlava.
E’ durato troppo poco. Tutto è durato troppo poco. Fino al giorno prima pensavo segretamente che non vedevo l’ora che fosse Sabato sera, e per questo mi davo della stupida. Poi è arrivato anche il Sabato sera, è arrivato lui, è arrivata l’ennesima ondata di tristezza e adesso penso segretamente al vuoto immenso che ha lasciato nella mia vita, penso segretamente alle sere passate insieme, ricostruendole minuto per minuto, cercando di ricomporre i discorsi più importanti e anche i momenti più scemi. E lo faccio piano, per paura che qualcuno mi senta pensare e scopra quanto in basso io riesca a cadere, amandolo.
E adesso, mio piacevole signore, è arrivato il momento di svegliarci. Di alzarci in piedi di nuovo e di scuoterci di dosso questa fastidiosa ma ormai amata polvere di ricordi e di tornare. Ricordi quello che ti dicevo prima? Torna. In qualsiasi posto tu debba tornare, torna.
Noi, sono sicura, ci incontreremo di nuovo e chi lo sa, magari, quando questo accadrà, potremo raccontarci, finalmente, di quanto bello sia essere parte di qualcuno come quel qualcuno è parte inevitabile di noi. Forse in quei giorni dormiremo felici e forse , allora, ci sarà qualcun altro, con te, a fissare il bordo di quel tavolo.
Sai cosa? Questa sera mi manchi da impazzire. Il che potrebbe giustamente sembrare un concetto semplice. Io trovo, invece, che non ci sia niente di più complicato che spiegare a me stessa, adesso, perché mi manchi. Ho ben impressi nella mia mente tutti i motivi per i quali questo mi accade, adesso, ma ho poco presenti le parole che si usano in questi casi. Cosa dicono le persone normali quando sentono la mancanza di qualcuno? Io non lo so, credo di essermelo dimenticato. Se fossi una persona normale probabilmente ti direi soltanto “mi manchi” (mi rifiuto di contare quante volte questa parola è comparsa nelle frasi precedenti, sono consapevole che sarebbero un’infinità) ma sento di non potere. Non potevo credere che stesse succedendo davvero ciò che, con tutte le mie forze, avevo provato a scacciare dalla mente, consolandomi nella speranza che tu ci saresti “sempre” stato. Sempre. Che poi è ovvio che non intendevo proprio “per sempre”, sia perché sono certa che queste cose non possono essere per sempre, sia perché ero ancor più certa che tu non saresti potuto durare per sempre. Che sciocchezze, ovvio che non lo pensavo. Però quando dicevo che tu saresti sempre stato qui, intendevo dire quel sempre che sembra durare all’infinito anche se poi non è vero, quel sempre che mi avrebbe permesso di vivere con te tutto quello che stavo immaginando sarebbe potuto accadere.
E così io rimango qui, con tutte le cose che avrei voluto dire e che tuttora vorrei dirti liberamente, se non fosse che quel momento è stato così surreale da farmi dimenticare il semplice meccanismo con il quale peschiamo le parole dentro di noi, le portiamo su fino alla gola, e poi, facendo estrema attenzione a calibrarne il suono, le lasciamo uscire con cautela.
Mi sono lasciata trascinare via dalle tue insulse e false (perché so che sono state false, l’ho capito) spiegazioni e l’unica cosa sulla quale riuscivo a concentrarmi era accertarmi che il mio cuore battesse ancora. Mi sono persa nella speranza che potessi tornare indietro, pietosa speranza, peraltro vana. Quindi ora siamo arrivati a questo punto, che guardo ogni cosa e il mio pensiero verte su di te. Sei rimasto fisso in tutto ciò che mi circonda. Proprio non capisco come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui, cosa è successo prima? Perché fino a ieri mi sembrava così familiare aspettarti alle dieci per scendere e salire in macchina, perché l’odore che ti apparteneva sembrava quello che mi circondava da una vita, perché era così dolce l’illusione che voltare lo sguardo e averti di fianco, così vicino, potesse durare ancora a lungo, perché ora, invece, il mio fragile castello di carta è rovinosamente crollato? Perché è stato improvviso, improvviso in quel modo deleterio? Perché non ci parliamo da più di una settimana, perché riesci soltanto a sommergermi di un’infinità di luoghi comuni e quotidiane stronzate comportandoti come se tutto questo fosse perfettamente normale? Perché proprio io, perché proprio tu? Perché quando mi chiedono “e Marco, che fine ha fatto?” io vado in preda al panico e non so più che cosa rispondere e vorrei soltanto scappare via lasciando che quella domanda si stagli nell’aria e li resti, perché devo ancora trovare una risposta per me stessa mentre le persone vogliono sapere sapere sapere ed io non-lo-so?
Cristo, mi manchi da impazzire, e l’ho fatto, i primi giorni, sono impazzita davvero. Ma tu questo non lo sai. Per te sarebbe soltanto stupido, sarebbe soltanto strano, perché legarsi alle persone è sbagliato, vero? Sono impazzita davvero, nell’arco di tre giorni sono diventata una persona mentalmente instabile (diventata?) mentre le parole sembravano piombo, i sorrisi la più sporca delle forzature e le lacrime scendevano ovunque, in qualsiasi posto e con qualsiasi persona. Le ho odiate così tanto, le ho odiate perché ognuna di esse pareva ostentare al mondo un unico grido, una sola certezza: è finita! Poi, con l’andare dei giorni, la pazzia che prima si presentava al mondo in tutta la sua anormalità e, appunto, pazzia, è diventata parte di me, ha plasmato qualcosa in me ed ora, si, io sono pazza. Pazza di nostalgia, pazza di dolore, pazza che a volte, quando ho modo di non pensarti, penso anche che nonostante tutto la mia vita, adesso, mi piaccia. Peccato che quando ho modo di non pensarti sia qualcosa che avviene molto raramente.
Mi mancano già, i tuoi occhi, e sento ancora le tue labbra bruciare sulle mie; è così reale, il tocco delle tue mani sulla mia pelle. Non capisco come possa splendere questo immenso sole, là fuori, adesso che tutto mi sembra così lontano. La tua voce, la tua espressione, il tono greve che pesava sui tuoi occhi quando sentivi che qualcosa non andava. Penso al braccialetto che ti ho regalato una settimana dopo averti conosciuto, io che non ho mai fatto regali. Mi pulsano in testa i particolari del tuo volto, ti vedo distintamente muoverti davanti a me, ma non posso toccarti, adesso. Riconosco la forma delle tue mani grandi – e tutti sanno quanto io le ami, le mani. Grandi. E le tue braccia che si gonfiavano quando cantavi, dio, quanto erano belle, e le tue vene evidenti che mi piaceva percorrere con la punta del dito. E poi ci sono i tuoi tre nei sulla parte destra del collo, che l’ultima volta, guardandoli, ho pensato a quante cose di te mi sarebbero rimaste impresse se te ne fossi andato. Ho cercato di sopprimere quel pensiero al meglio e più in fretta possibile, mentre adesso è diventato spaventosamente reale. È successo, infine. Quante volte mi ripetevo che l’avresti fatto, come tutti gli altri, e quante volte non sono riuscita a resisterti. Ma da dove siamo partiti? Come è cominciato tutto questo? Siamo partiti da un punto di partenza che non esiste, perché si sa da sempre che l’indefinibilità dei rapporti è insensata e prima o poi è destinata a scoppiare. Le persone non sanno aver cura nemmeno dei loro simili.
Vorrei essere come mia sorella, che scrive, disegna, ed è capace, in quei momenti, di tagliare al di fuori di sé tutta quella parte di vita che le preme sul cuore, riuscendo a risultare così naturalmente presa da ciò che sta facendo. Mi piacerebbe sapere come ci riesce. Io, al contrario, comincio a scrivere, come se stessi esaurendo le batterie, fermandomi pochi secondi dopo perché il pensiero di te e di ciò che hai fatto non mi lascia un attimo di tregua e non sono capace di concentrarmi su altro. Non posso scrivere – e basta. Non posso ascoltare un pezzo al pianoforte senza la proiezione della tua immagine ricalcata con forza davanti a me e senza sentire la voce di mia nonna al telefono che mi dice “devi mettermi quei brani su un cd, perché ecco erano belli. Licia mi ha detto che erano davvero tristi. Si, ma erano così belli..così alla mattina quando faccio i mestieri, mi piace ascoltare queste cose.” E’ diventato impossibile estraniarti da ciò che mi circonda, ormai. E così comincio un po’ alla volta a cambiare canzone quando l’impostazione “Brani casuali” decide di darmi un pugno in pancia, suonando canzoni alle quali ho legati soltanto ricordi che ti riguardano, come la tua macchina, come la tua voce, come la tua radio che non si spegneva mai da sola e il guardarti nascosta dal buio per cercare di capire quanto ci fosse di te in quelle parole. Non posso ascoltare musica – e basta.
E quando leggo un libro penso a tutte le parole che non mi hai detto mai e a quanto io sia cieca, in realtà, quando sento nel profondo che mi manchi da morire. Vorrei che tu mi avessi dato tutto ciò di cui avevo bisogno, tutte le certezze del mondo, vorrei che tu avessi speso tutto per me; almeno avrei avuto una valida giustificazione per sentire male al cuore. Mi manchi da morire. Vorrei mettere insieme tutte le lingue del mondo e trovare un modo per dirti che mi manchi nel modo in cui solo a me potresti mai mancare, in modo diverso, illogico, mi manchi “anche se”. Vorrei dirti che mi manchi ogni volta che scorgo una tua foto, facendo finta che sia una caso quando invece è così chiaro che l’ho fatto apposta. Mi manchi quando stai vivendo la tua vita ed io penso a cosa stai facendo, li, adesso, mentre tu non lo sai. Mi manchi quando non c’è più nessuna attesa lunga qualche giorno, da aspettare prima di godere di nuovo della tua semplice presenza, e quando entro in un bar e dalla porta vedo chiaramente ciò che non c’è; la tua mano che mi stringe, o la confortante sensazione delle tue spalle dietro la mia testa, sul divano. L’odore della tua pelle, sta scivolando fuori dalla mia memoria e questo mi svuota. Dover constatare quanto inutile sia stato lo sforzo di trattenere dentro di me le sensazioni più belle per poterle ricordare quando non ci sei. Inutile, le sensazioni non si ricordano, si consumano col tempo, crediamo di ricordarle ma la sensazione, quel brivido, quel calore, non lo senti più, dopo.
Mi manchi così tanto che ho bisogno di non esistere per un pò, di non sentirmi per un pò, ho bisogno di tempo per scrivere tutta la vita con il terrore, ogni volta, di aver dimenticato tutte le parole, ho bisogno di pensare ad un luogo in cui nessuno mi conosce e vorrei conoscere una persona intelligente che legga libri e parli di notti rubate ad un qualche pazzo dio e poi gli chiederei senz'altro di portarmici. Ho bisogno di imparare a suonare il pianoforte, perchè muoio dalla voglia di sapere cosa si prova quando sono le proprie dita ad emettere quei suoni, voglio sapere come sia morire nel modo più bello possibile, con la musica, con l'amore, morire dentro ad un'immensa sfera infuocata che scompare dietro ad una tremolante linea d'orizzonte, morire quando sei l'unica persona al mondo e morire, per una volta, senza farti del male.
ho bisogno di tutto questo per non pensare che mi manchi da morire, anche se ci penso sempre.
Le stelle cadenti si schiantano chissà dove e i miei pensieri le raccolgono una alla volta. Vorrei solo che non pesassero quintali.
Mio padre, seppur per pochi minuti, è riuscito a sbolccarsi dai suoi silenzi e li ha tramutati in parole. Questa volta ce l'ha fatta:
"vorrei raccontarti tutto ciò che mi passa per la mente
vorrei dirti tutte le cose che non so dire
vorrei parlare con te per raccontarti di come è fatta la vita
darti quelle certezze che anch'io non ho o non so
proteggere i tuoi passi per non vederti inciampare
perchè sul tuo viso risplenda sempre il sorriso e nessuno possa mai toglierti la luce che splende nei tuoi occhi.
e' difficile per un genitore stare a guardare la vita che ti scorre dentro
senza sfuggire alla tentazione di proteggerti da ogni evento che ti avvolge.
vorrei per te ogni momento sereno, gioioso, con tanta voglia di vivere.
quando il velo di tristezza raggiunge i tuoi occhi
il mio cuore si ferma e ascolta i tuoi singhiozzi
i tuoi silenzi
i miei silenzi.
Il silenzio è una triste compagnia, ti stringe il cuore, ti chiude in te, non ti fa respirare.
respingi questi silenzi, urla la tua rabbia, alza la voce alla vita
non fermarti
lascia che il tuo cuore viva di mille esperienze
le mille che io non ho mai vissuto.
hai con te chi ti vuole un bene dell'anima; siamo qui, presenti e silenziosi
(magari curiosi!)
per darti il nostro sostegno sempre e comunque.
questa è la tua vita, noi possiamo solo indicarti un percorso
tracciarti la strada che indica amore, passione, dolore
ma vita, la tua.
che tu possa trovare nel tuo cuore la forza di scoprire il tuo camino
per amare ed essere amata come desideri
e come noi ti amiamo.
nei tuoi silenzi vedo i miei silenzi mai esplosi.
nelle tue passioni vedo le mie passioni mai esplose.
urla, canta, ridi, piangi, non fermarti. fatti sentire
perchè solo se sentiamo la tua voce troviamo aperta la prota del tuo cuore
e così sarà più facile per noi comprendere
e per te trovare un appoggio, un sostegno, una mano da stringere.
Se vuoi
quando vuoi
come possiamo
noi siamo qui."
Hanno detto tante cose, dicono tutti tante cose che sembriamo tutti esseri assurdi catapultati qui da paesi infinitamente lontani. Sarà che il nostro tempo è il tempo della frenetica necessità di rispondere all’impulso di urlare, sarà che abbiamo uno specchio per non guardarci e a volte ci mettiamo le mani sopra con disperazione, senza capire da che parte voltarci. Sarà che ci sembra quasi di avere appena cominciato a vivere sebbene la sensazione sia quella di essere vivi da millenni e abbiamo l’instabilità emotiva di chi scopre ogni cosa per la prima volta e ha imparato che non può più aspettarsi nulla. Sarà che abbiamo voglia di essere diversi ed ogni tanto gettarsi nel mondo può sembrare spaventoso ma poi lo facciamo e, a volte, scopriamo che non è poi così male. Sarà che è tempo di avere voglia di dare un senso a ciò che facciamo, che sentiamo la voglia di amare salirci fino in gola quando guardiamo il sole o quando cala la notte o quando vediamo il mare che corre, quando camminiamo trascinando i piedi che pesano quintali o quando perdiamo il controllo di noi stessi sbattendo la porta di una stanza sperando proprio che crolli. Il fatto è che poi non crolla veramente e questo ci fa ancora più incazzare perché non siamo abbastanza forti nemmeno per buttare giù una porta, perché sembra quasi che il rumore di quella porta in frantumi avrebbe potuto urlare al posto nostro la stupida voglia d’amare. Voglia d’amare: espressione comune che ho sempre odiato nel mio profondo, forse non avendone mai compreso appieno il significato, forse avendo sempre creduto che qualsiasi espressione riguardo l’amore non potesse far altro che togliergli valore. Dell’amore non si capisce niente, per questo ho rinunciato a dargli un senso.
Sarà che è il tempo in cui impazziamo dalla voglia di fare l’amore sotto le coperte ma anche sopra e dentro ad una macchina e in mezzo ad un prato anche solo per soddisfare il bisogno impaziente di appartenere a qualcuno. L’amore, quello lontano e sconosciuto che poi non è mai come ti aspetti, quello idealizzato, letto ed immaginato, e che alla fine non ci importa di come sarà fra trent’anni ma vediamo solo come potrebbe essere adesso, che abbiamo voglia di fare l’amore col cielo e andiamo in overdose di occhi, drogandoci di labbra per render giustizia alla nuova vita che ci esplode dentro come uno sconosciuto ordigno nucleare. Facciamo l’amore sulla velocità dei treni soltanto per capire cosa si prova a perdere il proprio corpo e quando giriamo l’angolo capita che veniamo avvolti da una tristezza anormale e vivremo la nostra (momentanea, chi può dirlo?) desolazione sempre con l’intensità inappropriata. Non aspettiamo altro che quel momento in cui troveremo la persona che capisca i nostri deliri esistenziali rendendoli gemme di inestimabile valore. Fremiamo dal desiderio profondo di diventare grandi, credendo che dietro a quella parola si nasconda la vita che adesso stiamo sognando e abbiamo dentro di noi la costante necessità di capire ed aggiustare pur avendo piena consapevolezza che mai capiremo e mai aggiusteremo.
Niente.
[Basta pensare non voglio più pensare voglio un cervello che sappia fermare il pensiero voglio un cervello che non sappia pensare non voglio un cervello io.non.voglio.un.pensiero. Non voglio un respiro voglio avere le palle di premere li, esattamente li, dove lampeggia la scritta “STOP” su questo maledettissimo ipod e fermare la voce di Chris Martin che mi impedisce persino di essere infuriata come vorrei ma che riesce solo a farmi sentire – dannatamente- triste. E magari fermare anche questa vita per un secondo, magari quel secondo in cui tu sei qui con me, perché ora non mi va nemmeno di parlare con qualcuno e guardo questi banchi e vorrei davvero alzare il ginocchio di scatto e romperli e farmi del male e guardo tutti questi libri ed è come se fossero la più impressionante delle inutilità e vorrei tenerli stretti per la loro adorata copertina e contare fino a tre per poi non aspettare neanche fino a uno per strappare ogni pagina di uno strappo violento e convulso e vaffanculo a loro e alle loro storie perfette vaffanculo a quelle persone che non esistono, vaffanculo alle parole scritte così bene vaffanculo ai minuti spesi per cercare quella giusta e a quei secondi in cui ti sei compiaciuta per averla trovata e vaffanculo al velo di tristezza che mi ricopre gli occhi e che sembra di cemento e non me li copre ma me li strappa. ]
Volevo solo che le immagini smettessero di scorrere incontrastabili. Volevo solo vederci nero. Volevo solo sapere se per un po’ mi avresti dato una tregua, smettendo di urlare in me. Ma non l’hai fatto, non lo fai mai, sono giorni, settimane, in cui sei costante in ogni cosa e con cosa posso colmare il vuoto che sento quando è chiaro che per te non è lo stesso? Sono giorni ormai che cerco di spiegarmi come mai quando stiamo vicini stiamo bene ed io non ho paura, mentre quando siamo lontani – e non importa quanto banale sia questa distanza – l’ansia mi assale, ma l’unica spiegazione che sono riuscita a darmi è che senza di te divento matta. Nel senso che perdo la ragione e qualsiasi tipo di buonsenso. Non è un granché come motivazione, me ne rendo conto, eppure mi sembra quasi che possa racchiudere in sé tutti gli altri ininfluenti “perché”. Passo insistentemente il burrocacao sulle labbra che si fanno rosse (forse è l’unico modo per odiarle di meno) e mi rendo conto di capire bene come sei fatto, ormai, ma guardami: io sono così, capisci? Ti guardo e non mi faccio guardare (forse un giorno imparerò come si fa ad amare sé stessi, forse un giorno avrà fine l’eterna lotta contro il mio aspetto, forse un giorno avrò la fermezza di attuare cambiamenti che mi porterebbero certamente al superamento di questi problemi. Il problema è che anche questi cambiamenti comportano una fase di problemi, ed è quella che non so quando sarò in grado di affrontare.) Io sono fatta così. Ti scriverò parole strane e ti dirò che non pretendo che tu le capisca appieno anche se in fondo continuerò a sperarci, avrò paura perché la paura mi caratterizza da sempre ed io un giorno imparerò ad esorcizzarla, ma nel frattempo voglio che tu impari a conviverci, con la mia paura. Farò cose molto semplici e per questo assolutamente bizzarre perché queste, viste con il mio sguardo, rendono la mia vita splendida. Perciò ti pregherò tacitamente di capire nel profondo il valore che può avere per me percorrere con la mano il profilo del tuo viso e soffermarmi su ogni centimetro della tua pelle – non è che sono pazza, è che penso che sia una bella sensazione. O appoggiare la testa al tuo petto soltanto per sentire il tuo odore nell’aria, o stringere più forte la tua mano mentre camminiamo. Io sono così. Ti farò discorsi complicati usando parole strane e, a volte, interrompendomi, perché spesso mi si accavallano i pensieri e le parole non hanno mai lo stesso ritmo, e ti assicuro che nessuno ti ha mai detto quello che ti sto dicendo io adesso. Non che io ti stia dicendo qualcosa di concretamente utile, ma. Io sono così. A volte penso proprio che stare al passo con le mie sensazioni debba essere una fatica non indifferente, per questo sarebbe per me perfettamente normale se tu non capissi. Io sono così. Niente per me sarà mai “a caso” e non sarò mai in grado di godermi l’attimo senza avere attribuito un senso e un dopo anche a quello, vivrò sempre la mia vita accentuandone ogni singolo aspetto fino all’esasperazione. Mi renderò conto, però, che per molti non è lo stesso, e cercherò sempre, quindi, di adattarmi, togliendo valore a me stessa. Ancora una volta. Spesso mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in me e, nonostante trovi molti aspetti che andrebbero senz’altro aggiustati, credo di essere una persona degna di essere chiamata tale.
E il termine “persona”, al giorno d’oggi, non sono in molti a meritarselo.
Ed è sempre più concreto il bene che ti voglio.